Trama Rosalba è innamorata di Danilo, che però è in carcere dove deve scontare una lunga condanna per omicidio. Il desiderio di tenere vivo il filo del loro amore la spinge a scrivergli: una lettera al giorno. Ma Rosalba non trova le parole e allora chiede aiuto a Katia, la sua amica paraplegica, inchiodata su una sedia a rotelle. Così, quando alla fine in Rosalba l'amore si spegne, Katia ha il coraggio di dire a Danilo - cui ormai si è legata - che le parole e i sentimenti di quelle lettere erano sue. Un momento di verità che viene premiato dal bisogno di amore di Danilo e che porta a un culmine gioioso, pur nella difficoltà: il matrimonio tra i due. Ma quando un bel giorno Danilo ottiene un permesso per passare un po' di tempo con la sua moglie la tentazione di fuggire si fa forte. Critica Ha la fragranza del pane fatto in casa il film scritto e diretto da Gianfrancesco Lazotti (regista e sceneggiatore di fiction Tv, ma anche aiuto regista, a inizio carriera, di Risi, Steno e Scola). Originale e autentico. Struttura anomala che procede a zigzag, avanti e indietro, personaggi che non finisci mai di capire (che non smettono mai di sorprenderti), e una comicità – di ambientazione romana, romanissima – per una volta delicata, leggera come l’aria. Mosaico inedito che si svela agli occhi di chi guarda, mentre scorrono le vite al limite di Danilo, trent’anni e altri trenta da passare in galera, di Katia, costretta su una sedia a rotelle che si innamora di lui. Degli altri, come Rosalba, superficiale solo in apparenza, di un popolino di sconfitti che ha ancora qualcosa da dire. La cornice è uno script denso e intenso, lì dentro Filippo Nigro, Nicoletta Romanoff e Cristiana Capotondi, conquistati dai rispettivi ruoli, danno vita a esistenze appassionanti. Katia vive dalla cintola in su (dalla vita in poi) con un coraggio e un ottimismo contagiosi. Amélie Poulain di casa nostra pianta fiori nel cemento e la sua storia, tanto piccola e disperata, nasconde qualcosa di epico.(FilmTv)
Liberamente ispirato a una storia vera, Dalla vita in poi è una commedia semplice ma di buon gusto, perpetuamente a rischio di retorica, ma sempre vigile, attenta a dove mette i piedi. Lazotti è un veterano della regia televisiva che si presenta alla prova del grande schermo con umiltà: nessun guizzo di regia, nessuna iperbole, una storia così basta e avanza…. I ritratti dei personaggi non sono nuovi ma nemmeno troppo scontati, lo è di più la scelta degli attori, eppure il risultato non delude. La Capotondi è al centro della scena, la sua Katia è letterata e sfacciata, usa l'handicap e ha fatto pace con una fine già nota; il Danilo di Nigro è il duro dal lato tenero, un personaggio estremamente codificato e modellato sul suo fisico, al quale l'attore sa comunque fornire qualche sfumatura incisiva; stesso discorso per la Romanoff, borgatara con una sua grazia e un'onesta visione di se stessa e delle proprie virtù. Sulla scala ascendente dei clichés, il posto più alto spetta certamente alla guardia carceraria di Pino Insegno, ma la drammaturgia talvolta vuole i suoi burattini.
La parabola di un amore che nasce dalla conoscenza intima prima che dalla vista dell'amato, come ai tempi passati dei romanzi epistolari o a quelli odierni di chat ed e-mail, importa relativamente, non offrendo spunti di novità, ma il film individua invece bene uno spazio piuttosto inedito di libertà che si viene a creare tra chi la libertà se l'è giocata in partenza, per motivi culturali, penali o fisici. Rosalba, Danilo e Katia non devono stare alle regole sociali a cui si sottomettono le persone “normali”, non potrebbero neanche se volessero, ma sono liberi di forzarle. Queste tre potenzialità trovano unità di tempo e di luogo il giorno di libertà di Danilo e il film si aggrappa a questo momento, attraverso il montaggio, in tutti i modi.
Sebbene pieno di ingenuità e stilisticamente indistinguibile da una buona produzione televisiva, Dalla Vita in poi è un piccolo film cui va riconosciuto, in definitiva, un buon equilibrio tra le parti, in particolare scrittura e recitazione.
"Tre figure 'borderline' per necessità, che il regista (esperto in tv movie) fotografa nel loro tentato riscatto. Il film si ispira a un fatto vero di cronaca. Anche se Filippo Nigro non ha mai potuto incontrare (regolamenti carcerari) il suo personaggio, e l'immedesimazione-imitazione resta dunque immaginaria (come il carcere, ricostruito, in meglio, in studio). (...) Un materiale così eversivo per il nostro immaginario, forzato dalla legge Mammì a rispettare pulsioni da oratorio, se no niente 'prime time', e a riportare tutto all'ordine simbolico, corre il rischio di scivolare nei cliché, nel pietismo, nella retorica, nel sentimentalismo (il nemico pubblico numero 1 dei sentimenti). Lazotti risponde con un copione e un decoro da commedia secca affidata a Katia, sfacciata e colta nell'usare l'handicap, pilota di questa corsa verso la libertà degli unici tipi antisociali a non essere 'eroi dei nostri tempi'." (Roberto Silverti, 'Il Manifesto', 19 novembre 2010) |