Trama Un illusionista nella seconda metà degli Anni Cinquanta vede progressivamente sfuggire il proprio pubblico. Il palco spetta ora alle star del rock'n'roll e non più a lui che è costretto ad esibirsi a feste, in teatri di terz'ordine o, peggio, in bar e caffè. Un giorno, però, costretto a esibirsi in un pub sulla costa occidentale della Scozia, incontra Alice, una ragazzina innocente che gli cambia la vita. Alice è un'entusiasta che crede che i suoi trucchi siano realtà e che decide di seguirlo ad Edimburgo. L'illusionista non ha il coraggio di toglierle le illusioni. Ma un giorno Alice crescerà. Critica Al Centre National de la Cinématographie di Parigi giaceva da mezzo secolo una sceneggiatura - mai divenuta film - classificata come "Film Tati nº 4". La figlia di Jacques Tati, Sophie Tatischeff, ha preso a considerarla come una lettera d'amore inviatale da suo padre. Non voleva che restasse in un archivio ma non desiderava neppure (ovviamente) che finisse nella mani sbagliate. Ha ora trovato a chi affidarla con un esito soddisfacente.
Solo Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville, poteva pensare di affrontare l'impresa di far rivivere Tati senza Tati. Lo fa con grande rispetto e, al contempo, con il piacere della rivisitazione. Perchè in un'epoca in cui solo il 3D sembra poter avere un pubblico, proporre un'animazione in 2D senza essere la Disney de La Principessa e il Ranocchio può costituire un rischio. Che però vale la pena di affrontare se si vuole andare a ricreare il cuore di una poesia che seppe (e sa ancora) farsi cinema. (Mymovies)
Inquadratura immobile, campo lungo, inizia lo spettacolo. La figura allampanata di Jacques Tati, disegnato e diretto da Sylvain Chomet (Appuntamento a Belleville) si muove sul palcoscenico polveroso, e ripete il numero del coniglio nel cappello, dei fiori sbocciati da una manica, delle lampadine intermittenti uscite dalla bocca... L’illusionista è un malinconico omaggio al mondo del vaudeville e ai suoi artisti dimenticati che, come Monsieur Hulot, muto e surreale, sono travolti dalla modernità del rock’n’roll, della Tv, del jukebox. La sceneggiatura, scritta da Tati tra il 1956 e il 1959, è stata “ritrovata“ dalla figlia Sophie e consegnata al disegno animato - più fedele all’originale del cinema live - nei tratti lievi ed eleganti di Chomet, che restituisce il nome originale all’attore regista, Tati Tatischeff, l’“illusionista“ del gesto e della comicità impercettibili. Edimburgo, ricostruita com’era (1959), sontuosa città dal timbro cromatico cangiante, è il set della relazione d’amore di Alice, una ragazzina incontrata in un pub scozzese, e l’artista che trasforma vecchie pantofole in scarpette rosse, abiti demodé in vestitini frizzanti, un po’ come la fata Smemorina di Cenerentola. Chomet cesella i palazzi e le strade, fa di Edimburgo un regno magico, battuto da pioggia d’argento, e muove le sue figurine romantiche, il “papà“ e la “figlia“ che crede nei miracoli mentre tutt’intorno i tempi cambiano, e il pubblico si stanca di vedere il buffo roditore bianco, feroce animaletto, che si divincola, morde e fugge sulle tavole ammuffite del palco. Ma a differenza di Tati, che sapeva interagire con le «diaboliche macchine» della modernità - lo humour nasceva proprio dalle follie dell’ometto maldestro, ripreso poi da Jerry Lewis – Chomet si rifugia nella nostalgia e non coglie le affinità dadaiste tra la gestualità elettrica del “prestigiatore“ e le vibrazioni rock (la band è composta da strafatti e queer). La bellezza del cartoon declina in questa assenza di felicità per le sue stesse fantasticherie. «I maghi non esistono» recita l’ultimo messaggio del Tati di carta, e dire che ci avevamo creduto.(FilmTv)
"E' passato troppo tempo. Ma per fortuna Sylvain Chomet è tornato. Il genio dietro 'Appuntamento a Belleville' (2003), uno dei migliori cartoni dell'ultimo decennio, torna a disegnare il suo mondo retrò fatto di cabaret, linguaggi ancestrali che sembrano il gramelot di Dario Fo, solitudini orgogliose e fotogrammi disegnati a mano lievi come acquerelli. Stavolta c'è di più. C'è Tati. Il grande cartoonist francese ha avuto infatti la fortuna di trasformare in film una sceneggiatura di Jacques Tati rimasta inedita per anni. (...) Malinconia, dignità e disillusione dell'illusionista. Geniale come il disegno di Chomet sia fedele allo spirito di Tati. Un grande comico astratto incontra il disegnatore più anacronistico del mondo. Se si fossero conosciuti sarebbero diventati amiconi. Magia per spiriti eletti." (Il Messaggero)
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