Trama Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere napoletano di Poggioreale. La sue passioni sono il gioco d'azzardo e la giovane Lila, figlia del cinese che mette a disposizione il tavolo per le carte. Quando scopre che l'uomo ha contratto un debito che non può pagare, Gorbaciof decide di prendersi cura della ragazza e, per farlo, dapprima sottrae dei soldi dalla cassa del carcere poi accetta di partecipare ad altre, più pericolose, attività. Critica Quando il degrado di se stessi coincide con il degrado di una città (Napoli) e di un Paese (l’Italia). Toni Servillo (stratosfericamente gigionesco) è Marino Pacileo, detto Gorbaciof, voglia sulla fronte e desiderio di chiudere una delle numerose partite a poker consumate nel retro di uno squallido ristorante cinese e scappare via, volando lontano, magari con l’amata Lila (l’inedita, per l’Europa, attrice di Shanghai Mi Yang), figlia del debole padrone del locale (il giapponese Hal Yamanouchi, già Lucifero nel delirante ma vitale Joan Lui di Celentano). La sceneggiatura dell’intensa opera di Stefano Incerti (di gran lunga la sua più riuscita) arriva dritta dritta da Carlito’s Way di Brian De Palma: identici la fretta del passo spedito di Servillo (perfetta versione napoletana dello spacciatore portoricano Brigante), l’urgenza di distaccarsi da un destino segnato, il sentore di morte che aleggia fin dalla prima inquadratura, la camicia (mai cambiata) piegata sopra la giacca e uno sguardo concentrato sul denaro, pensato contato e scommesso (cavalli, bingo, carte, videopoker...) come unico mezzo per svicolare via, correre e correre ancora tentando di superare l’ostacolo dell’ineluttabile intralcio che, prima ancora di compiersi, lo insegue segnandolo senza scampo. E anche la dolce Lila è il contraltare - per un attimo sognante - della Gail (Penelope Ann Miller) che Carlito vorrebbe accanto a sé per sempre su un’isola dei Caraibi. Un film, scarnificato eduardianamente e spogliato dell’irresistibile enfasi depalmiana, che parla poco e guarda molto. Conscio e complice dell’inesorabile fatalità. (Film tv)
"E se fosse stato 'Gorbaciof' il film da mandare allo sbaraglio a Venezia, tra le grinfie di Quentin Tarantino e soci? Il vero film 'internazionale' che avrebbe potuto far saltare il banco? L'unica cosa certa è che quello di Stefano Incerti è un film che travalica tutti i confini, che passerebbe - legalmente o di straforo - qualunque dogana. (...) Stefano Incerti ha costruito il film sulla mimica di Toni Servillo, pesantemente truccato e a livelli di virtuosismo quasi disumani, e sui rumori di Napoli, che invadono la colonna sonora rendendo del tutto superflui i dialoghi. Ne esce un'opera insolita, che conferma Incerti come un regista originale e capace di cambiar pelle di film in film, e Servillo come un autentico fuoriclasse della recitazione sul quale, ormai, si costruiscono 'a priori' i personaggi (prima che lui entrasse nel progetto, lo racconta Incerti, il copione era molto parlato e completamente diverso). Dopo l'affresco storico-calcistico di 'Complici del silenzio', questo Gorbaciof potrebbe sembrare un bozzetto, un quadretto naif. Invece è una scommessa stilistica audace e brillantemente vinta. Prima o poi Stefano Incerti azzeccherà il filmone, ma per ora questo 'filmetto' è assolutamente da vedere." (l'Unità) |