 IllégalRegia: Olivier Masset Depasse Paese: Belgio, Lussemburgo, Francia Anno: 2010 Durata: 90' Attori: Anne Coesens, Esse Lawson, Gabriela Perez, Alexandre Golntcharov, Christelle Cornil | |
Trama Tania ha un figlio di 14 anni, Ivan. Tania ed Ivan sono immigrati illegali provenienti dalla Russia. Vivono in Belgio ormai da otto anni anche se in costante stato di tensione. Tania ha il terrore di essere fermata dalla polizia con il conseguente controllo dei documenti. Fino a quando un giorno ciò accade. Madre e figlio vengono divisi. Tania viene portata in un cosiddetto centro di accoglienza e fa di tutto per potersi ricongiungere ad Ivan. Sulla sua testa pesa la minaccia di un decreto di espulsione. Critica Il cinema ha affrontato ormai in più occasioni il tema dell'immigrazione e lo ha fatto con gli accenti più diversi dal paradocumentaristico al drammatico. Olivier Masset-Depasse sceglie la via del thriller e ci sembra una decisione assolutamente funzionale. Riesce cioè a farci partecipi di una duplice tensione. Da un lato quella della protagonista che si trova a cercare di sopravvivere in una società che ha decretato la sua illegalità senza averne il diritto finendo poi in quella sorta di girone infernale che è il centro di accoglienza.
C'è però (ed è altrettanto forte) la tensione morale di una sceneggiatura e di uno sguardo che ci obbligano a ‘vedere' la realtà senza il filtro delle ideologie. I poliziotti di Illegal non sono tutti dei Natural Born Killers. Alcuni di loro sono vittime di un sistema che vuole che il clandestino subisca tali e tante umiliazioni da non voler più (una volta espulso) desiderare di ritornare nel Paese. Davanti a loro non ci sono delle persone ma volti senza nome.
L'uso della camera a mano (di cui tanto cinema ha fatto un vero e proprio abuso) qui è funzionale all'empatia che si deve creare tra la protagonista e chi siede in una comoda poltrona che progressivamente diviene sempre meno comoda.(Mymovies)
«Soy una raya en el mar, fantasma en la ciudad, mi vida va prohibida, dice la autoridad». Una dozzina d’anni fa così cantava Manu Chao, ritraendo il Clandestino. Canzone ritmata da una malinconica rabbia che suscita indignazione, ma mai pietà. Un po’ come nell’opera bella e dolorosa L’ospite inatteso, e non è un caso, forse, che in quel film la musica avesse un ruolo fondamentale. In lllegal Olivier Masset-Depasse, invece, entra a gamba tesa nel problema della (dis)integrazione, nel dramma dei sans papiers. Come in un film dei Dardenne c’è solo una pennellata di serenità nel ménage di Tania (Anne Coesens, perfetta), bielorussa da 8 anni clandestina in Belgio con il figlio, poi una lettera la e ci precipita nella tragedia. La catarsi, se c’è, è già nell’interno del carcere in cui la chiudono - bellissima la scena isterica e gioiosa nella sala da pranzo della prigione - ed è comunque cupa, atroce. Violenza, repressione, leggi ingiuste, una burocrazia infame (tra Dublin Case e la geografia delle carte bollate), sono gironi di un inferno che viviamo tutti i giorni. Anzi vivono, tra rimpatri, Cpt e affini. Film rigido, ma non frigido. «Peruano clandestino, Africano clandestino, Algerino clandestino, Nigeriano clandestino, Boliviano clandestino, Mano Negra illegal».(FilmTv) |