Trama L’estrema periferia romana fa da sfondo a tre storie prima parallele e, successivamente, legate fra di loro dal filo rosso della droga e della criminalità. Marco, dopo cinque anni passati in carcere, torna a casa sforzandosi di cercare una vita normale e lontana dai traffici illeciti che avevano causato il suo arresto. Il tentativo di dimenticare il suo passato e di iniziare una nuova vita è destinato al fallimento: l’uomo si lascia convincere dai suoi ex compari, Glauco e Mauro, a riprendere a spacciare. Sonia, studentessa universitaria, lavora nella bisca di Sergio. Il suo tentativo di studiare e di rendersi indipendente economicamente viene vanificato dalla dura realtà che la circonda. L’illusione di trovare la comprensione di Sergio, menefreghista e insensibile, e l’amicizia di Marco, si mescola alla stanchezza e alla rassegnazione. La terza storia riguarda tre ragazzi, Faustino, Massimo e Federico. Diversi fra loro ma costretti ad un’amicizia che li rende apparentemente invulnerabili, i tre si trovano invischiati in una serie di eventi concatenati che li porteranno a scontrarsi non solo fra loro, ma anche con la dura realtà della strada.I protagonisti, una volta incontratisi, lasceranno dietro di loro una scia di fuoco, sangue e violenza. Critica "In questi casi generalmente si dice: un felice esordio, una sorpresa, un nome da tenere d'occhio. Ma stavolta non sono solo formule: 'Et in terra pax' di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini è davvero il piccolo caso delle Giornate degli autori, dove è passato in concorso ieri. Intanto per l'aspetto produttivo del tutto autarchico - forza lavoro in cambio della condivisione degli utili, più una società nata ad hoc e il supporto finanziario di Gianluca Arcopinto -, ma soprattutto per il suo sguardo 'sensibile' sulla periferia romana, avvicinata senza 'pregiudizi' o tanto meno intenti 'sociologici'. (...) Il serpentone di Corviale, simbolo e sinonimo da anni di alienazione e violenza urbana. (...) Senza mai incappare nella retorica della periferia, grazie anche ad un linguaggio duro ma il più verosimile allo slang romano, 'Et in terra pax' ci introduce nella solitudine e nell'isolamento dei personaggi, offrendocene il loro lato 'umano e disumano'." (L'Unità)
Marco, che è uscito ora dalla prigione e vorrebbe (vanamente) non ricadere negli errori di un tempo. Sonia, che da quegli errori così ricorrenti nell’intorno vorrebbe fuggire, rifugiandosi nel lavoro, confidando nello studio. Faustino, Nigger e Federico, che galleggiano in una quotidianità stantia, dove la cocaina è un’abitudine stanca e irrinunciabile e i valori sono oggetti che, al limite, si possono indossare. Et in terra pax è questo: destini già scritti, speranze stuprate, la deriva verso un abisso che il sistema è già pronto a digerire. Nessuna epica, nessun romanticismo, nessun romanzo criminale. Tre linee narrative che si sviluppano, si intrecciano prevedibilmente, ineluttabilmente, e infine si sciolgono, senza che alcunché si risolva. L’inizio è la fine. Perché a Corviale, Roma, periferia per antonomasia, regna l’immobilità. In questo micromondo abitato da coloro che ipocritamente vengono chiamati marginali l’unica preoccupazione è mantenere lo status quo. Un ordine che vive sulla sospensione della Legge e sopravvive con il sacrificio (privo di costo morale) di ogni ideale. I 30enni Botrugno e Coluccini, esordienti con tre cortometraggi di valore alle spalle, lavorano sull’ambiente, facendone il personaggio principe: i luoghi della borgata, simboli di una stasi sociale e spirituale prossima alla putrefazione, soffocano i protagonisti, li soverchiano, facendone agli occhi dello spettatore semplici e caduchi ingranaggi di un meccanismo disumano, mentre la macchina da presa si premura di cogliere sguardi verso un altrove sistematicamente negato, cancellando l’orizzonte di ogni anima. A restituire il respiro tragico di questi corpi ottusi - carne umana alla Walter Siti -, è l’invadenza della musica che, pasolinianamente, «sfonda le immagini piatte dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita». Faticosamente giunto in sala dopo la presentazione alle Giornate degli Autori di Venezia 2010, Et in terra pax nobilita la nera (iper)realtà messa in scena tramite una cura formale in bilico tra feroce realismo lirico e un compiacimento estetico che agisce in sottrazione (la scena dello stupro), frutto di un cinema comunque ostinato nello sdegnare giudizi e denunce automatiche, lontano dall’adagiarsi in facili spettacolarizzazioni. Qui, dove la pace è un inferno, (Mamma) Roma è prossima a Gomorra.(FilmTv)
Raccontare di vite difficili nei sobborghi romani tra miseria e criminalità, dannazione e redenzione non è una faccenda semplice. Specie dovendo confrontarsi con modelli ingombranti come L'odio di Kassovitz sulla banlieue parigina o con ostacoli storicamente insidiosi in operazioni di questo genere (retorica, recitazione sciatta, ecc.). La straordinarietà di Et in terra pax è quella di evitare sistematicamente le insidie suddette per regalare un racconto morale senza la morale medesima né messaggi di qualsivoglia genere.
Banditi gli eccessi e le forzature di sceneggiatura, la storia di Marco e del suo disastrato quartiere scorre con l'irruenza di un fiume in piena ma la levità di una piuma, tra caratterizzazioni azzeccate – maiuscola la prova di Paolo Perinelli nei panni del barista Sergio – e mirabile compostezza in una gestione delle rare sequenze action figlia, su ammissione degli stessi autori, della lezione di Hong Kong. Il fatto che un simile gioiello di saggezza e narrazione disadorna non abbia riscontrato i favori (e quindi i finanziamenti) di Rai e Ministero è questione che invita a una seria riflessione su meccanismi decisionali seriamente da rivedere.(Mymovies)
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