Trama Un ragazzo e una ragazza. Area napoletana. Uno chiuso, introverso, insofferente e per di più confinato in galera, l'altra ugualmente problematica ma confinata in una vita borghese e cittadina dalla quale sembra voler fuggire ma in cui rimane invariabilmente confinata. I due però sono uniti da qualcosa di più che un'affinità elettiva e la frequentazione di diversi psicologi, le loro vite hanno avuto una svolta negativa nel medesimo momento, in un evento che li ha coinvolti entrambi. Critica Antonio Capuano si è distinto lungo tutta la sua carriera da regista (dal folgorante esordio con Vito e gli altri fino al recente successo di La guerra di Mario) per il modo sincero, immediato eppur delicato di parlare dell'infanzia dura nei quartieri meno vivibili dell'area napoletana. Non risparmiando niente agli spettatori quanto a realismo, nè facendo facili concessioni alla spettacolarizzazione della disperazione, è stato uno dei cantori più costanti e poetici di quel mondo (come sottolinea Luna Rossa).
Per questo meraviglia come L'amore buio, ennesimo capitolo dell'indagine nella realtà più degradata, tradisca proprio quest'aspettativa. Sebbene coadiuvato, come sempre, da un direttore della fotografia d'eccezione (in questo caso Tommaso Borgstrom), non solo abile ma anche lasciato di libero di osare (forse la caratteristica più felice del film) e più in generale da un reparto tecnico di prim'ordine, lo stesso L'amore buio sembra soffrire dei peggiori difetti generalmente imputati al cinema italiano più pigro e inconcludente: silenzi che vogliono essere espressivi, sguardi nel vuoto sofferenti e una trama ridotta all'osso, dovrebbero sostenere un film che non riesce a trovare, come capitava in passato, la vitalità popolare con la quale Capuano salva sempre i suoi esecrabili protagonisti.
Forse non è un caso che stavolta, oltre al racconto di un giovane carcerato, il regista si misuri con un territorio a lui poco familiare ma tanto caro al nostro cinema contemporaneo, ovvero l'interno medio borghese fatto di noia e contrasti futili, di male di vivere inspiegabile e di prigioni della mente. E così come la famiglia mediamente borghese rappresentata anche il film di Capuano si presenta medio, senza quelle violenze operate al linguaggio cinematografico accompagnate alla delicatezza dello sguardo cui ci aveva abituato.(Mymovies)
"L' amore diventa qui conoscenza di sé, dell'altro, ci racconta una geografia che è fisica e prima ancora culturale. Diceva un amico: Napoli è come una sfogliatella riccia. In quale strato si trova Ciro (Gabriele Agrio) ragazzo dei quartieri col brillantino e quando parla c'è bisogno della traduzione in italiano? E a quale Irene (Irene de Angelis), ragazza della buona borghesia, fidanzata al liceo già a casa con un tizio borghese come lei e insopportabile, la madre isterica (Luisa Ranieri) e il padre distratto - meraviglioso Corso Salani con la sua aria svagata. Tutti gli attori sono fantastici, i ragazzi trovati nelle scuole napoletane, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino ... Sono pochi i registi come Capuano a avere una sensibilità così viscerale verso gli attori. Sicuramente sono lontanissimi Ciro e Irene, il solo contatto che gli è permesso è per forza violento perché non si conoscono, perché tra di loro ci stanno la classe, la lingua, il disprezzo." (Il Manifesto)
Dopo una domenica di sole, di tuffi nel mare, di pizza e scorribande sui motorini, quattro adolescenti napoletani violentano Irene, una loro coetanea ancora vergine. Il giorno dopo, uno dei quattro, Ciro, si autodenuncia e denuncia i suoi sventurati complici. Risultato: due anni da scontare nel carcere minorile di Nisida. Due mondi, quelli di Ciro e Irene: d’estrazione proletaria, di strada ed espedienti, ma vitale e colorato l’universo del primo; borghese, chiuso, silenzioso, algido lo sfondo della vita di Irene. Paradossi nei quali Antonio Capuano e il suo cinema si muovono come i pesci nell’acqua. Contraddizioni di una terra baciata dalla luce e odiata dai fausti destini. Spostamenti progressivi di crescite che si rincorrono all’incontrario, di sogni che tramortiscono sotto i colpi delle speranze deluse, di sguardi che si allontanano per tentare di avvicinarsi. Direttamente dalle Giornate veneziane degli Autori 2010, il nuovo, splendido volo (quella cinepresa, all’inizio del film, che dal cielo plana all’interno della prigione dove i ragazzini stanno giocando a pallone è un colpo di cinema come se ne vedono raramente) del regista di Vito e gli altri, Pianese Nunzio, Luna rossa e La guerra di Mario si discosta nervosamente e scorbuticamente dalla normalità delle immagini e dei suoni ricorrenti. Le inquadrature di Capuano sono gocce che perforano lo schermo, sono rumori che bucano i muri e oltrepassano le finestre bloccate dal ferro dei dolori e delle pene, sono parole scritte col pennarello su improvvisati brogliacci d’amore. All’interno di questo percorso, due volti inediti cercati per oltre un anno; l’eterea, diafana, quasi immateriale Irene De Angelis: e il picaresco, avventuroso e romantico Gabriele Agrio. Circondati da una Valeria Golino che ha scelto di imbruttirsi (baffi e sopracciglia pronunciati), da una Luisa Ranieri che ha rinunciato alla sua bellezza, da un Fabrizio Gifuni che ha prestato la sua esperienza teatrale e dall’ultimo Corso Salani, definito dal regista «perbene, solare, un incanto». È anche grazie a loro che la fine del film apre uno squarcio nel cuore.(FilmTv) |