Trama Eva è una ragazza di poco più di vent'anni che lavora in una fabbrica a Bucarest. Nel suo ultimo giorno dopo che non le è stato rinnovato il contratto, decide di mettere in vendita tutto quello che possiede e di comprare un biglietto per l'Italia. Raggiunge la stazione di Melfi e trascorre la notte vagabondando senza meta finché trova un'auto aperta dove ripararsi dal freddo. La macchina appartiene ad Anna, giovane operaia presso la fabbrica della FIAT, che decide di accoglierla nella casa in cui vive assieme ai genitori e alla nonna malata.
Critica Nel suo percorso come autore televisivo, Massimo Coppola si è mosso in una direzione opposta rispetto ai flussi e alle formule dei format popolari. Attraverso monologhi brand new, anti-reality di finzione e documentari sui ventenni ai margini di servizi e talk show, Coppola ha sempre cercato di mostrare, all'interno di un canale giovanile e “giovanilista” come Mtv, un'alternativa al pensiero comune e alla visione a senso unico sulle nuove generazioni. Dallo sguardo maturato coi ritratti giovanili di “Avere Ventanni” e da quel bisogno di porre una frattura fra rappresentazione e identità dei giovani d'oggi, sembra nascere anche il suo ingresso nel cinema di (cosiddetta) finzione.
Mentre la cronaca italiana dibatte su conflitti culturali e generazionali, tolleranza zero e zero futuro, Hai paura del buio pone un elemento di rottura nel modo di raccontare, tanto in televisione che al cinema, la politica d'immigrazione e la crisi del lavoro precario. Nonostante siano le due tematiche che disegnano il profilo politico del film, immigrazione e precariato si fanno presto latenti, rumori di fondo all'interno di un paesaggio sonoro dove predominano le risonanze delle fabbriche dell'entroterra lucano e la musica dei Joy Division. Dall'arrivo di Eva nella famiglia di Anna, Coppola mette infatti da parte un possibile discorso su pregiudizi, diffidenze o integrazione: avvicina le due ragazze per poi subito separarle in percorsi e passaggi che corrono paralleli. È l'accostamento e non lo scontro a interessargli, la giustapposizione e non la dialettica. Con questa finalità, fa propria la macchina a mano della (post) nouvelle vague del Godard di Due o tre cose che so di lei e del cinema rumeno contemporaneo, in cui l'estetica del pedinamento e dell'accarezzamento dei personaggi riesce a coniugare al presente il tempo del film e a costruire un linguaggio poetico e autentico.
La voce profonda di Ian Curtis accompagna il racconto di queste “due o tre cose” che il regista dimostra di sapere sui ventenni di oggi, agendo da testimone fra i percorsi delle due protagoniste: ragazze né tipiche né anomale, ma fragili e orgogliose quanto basta a creare un doppio ritratto femminile che abbatte ogni confine culturale. Allo stesso modo, il precariato lavorativo diviene precariato esistenziale, e l'universalità della paura del buio diviene paura delle oscurità dei rapporti familiari e della nostra stessa cultura.(Mymovies)
Hai paura del buio. Non ci sono punti di domanda. Di domande ce ne sono poche anche fra Eva e Anna, 20enni o poco più, fiori d’acciaio nel panorama piatto delle campagne di Melfi. Quando si vedono si riconoscono, hanno la stessa fibra: forse per questo Anna non chiede nulla, trovandosi la sconosciuta Eva rifugiata in auto. La porta a casa, le offre un letto. Per istinto, senza punti interrogativi. Hai paura del buio non racconta un incontro, né un confronto: l’Italia e la Romania, la ragazza senza famiglia e quella senza amici, si congiungono solo per andare ognuna per la propria strada. Eva arriva in Italia dopo aver venduto tutto ciò che ha, con una missione che le preme nelle vene. Anna fa i turni in fabbrica, alla Fiat di Melfi, ha più buon senso di entrambi i suoi genitori messi insieme e l’unica persona con cui si apre è la nonna, malata terminale. La prima è testarda ma aperta e passionale; la seconda dura e affilata come i suoi lineamenti e il paesaggio che le scorre di fianco lungo la strada per il lavoro. Massimo Coppola fa tesoro dell’esperienza maturata con la sua creazione Avere ventanni, serie di documentari girati per Mtv che per venti minuti scrutavano senza filtro nella vita di un ragazzo, nella sua città e nella sua quotidianità: il suo esordio nel cinema di fiction prosegue quel pedinamento vorace, incollando la macchina da presa alle sue protagoniste. I loro vent’anni si scrutano vicendevolmente e si offrono sullo schermo (quasi) senza filtro, con la rabbia grezza che le accompagna, con le risposte che si sono costruite da sole, perché alle loro domande nessuno risponde sul serio. Il mondo pesa sulle loro spalle troppo presto; ad attutirlo non basta la musica, che, come tutto il resto, non appartiene a loro (l’iPod pieno di Joy Division che si spartiscono è stato abbandonato su un taxi da qualcun’altro). Coppola pecca di troppo amore per le sue esordienti (la rumena Alexandra Pirici e l’italiana Erica Fontana, entrambe folgoranti per intensità e capacità di bucare lo schermo), al punto che, a tratti, sembra non riuscire a scollare l’obiettivo da loro; ma intanto fotografa uno squarcio d’Italia che al cinema si vede poco o mai, e gira con mano sicura, senza punti di domanda.(FilmTv)
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