CriticaIl regista etiope Haile Gerima è uno dei più importanti autori del cinema africano. Ha studiato e vissuto negli Stati Uniti, si è nutrito di cinema internazionale ma nella sua opera torna sempre il legame profondo con la tradizione orale del suo popolo, la fascinazione per la natura e i miti dell'Africa, la rievocazione della sua travagliata storia moderna.
In Teza (“rugiada”: quella cosa che non si trova più quando si torna), vincitore del Premio speciale della Giuria e dell'Osella per la miglior sceneggiatura alla Mostra di Venezia, tutti questi motivi trovano unità nella storia di Anberber, personaggio a cavallo fra cultura europea e cultura africana, portatore di una memoria dolorosa ma anche di uno sguardo appassionato che sembra incarnare quello del regista. Lo incontriamo all'inizio degli anni ‘90 quando torna al suo villaggio dopo molti anni di assenza, mutilato di una gamba e chiuso in un silenzio pieno di paura.
Anberber era emigrato in Germania negli anni Settanta, quando ancora l'Etiopia era dominata dall'imperatore Haile Selassie, per studiare medicina. In Germania ha frequentato gruppi studenteschi impegnati in politica e conosciuto le idee marxiste rivoluzionarie, l'emancipazione femminile e anche un feroce razzismo. Quando Haile Selassie viene spodestato da Haile Mariam Menghistu e sembra che nel suo paese stia per iniziare una nuova democrazia, Anberber decide di tornare, come molti altri giovani emigrati, per contribuire alla ricostruzione. Si accorge ben presto che il governo di Menghistu sta dando vita a una nuova atroce dittatura che si regge sul terrore e non si cura del popolo. Dopo aver rischiato il linciaggio, cerca rifugio nel suo vecchio villaggio, ma scopre che anche nei luoghi antichi non c'è più pace, la persecuzione del regime arriva fin lì e le superstizioni sono ancora implacabili. Dal punto di osservazione dove spesso si rifugia, che significativamente è un picco dominato da un assurdo monumento mussoliniano, Anberber vede la propria storia e quella del proprio Paese con la disperazione di chi assiste impotente alla dissoluzione dei valori umani. Passato e presente si ricongiungono in questo luogo di incontro di devastanti dittature, ma su tutto domina un sentimento di struggente nostalgia per un'infanzia piena di calore e di racconti davanti al fuoco, e per i sogni perduti di un intero Paese.
Diversi sono i piani di racconto che interagiscono in questo intrecciarsi di presente, passato, sequenze oniriche e contemplative. Il loro alternarsi in un montaggio a volte spiazzante non sempre è dettato da intime necessità narrative, ma anche una certa dose di manierismo stilistico – peraltro sostenuto da una fotografia e musiche di altissimo livello – concorre a determinare l'effetto ipnotico di questo lungo e affascinante racconto tutto mentale, quasi in soggettiva, eppure profondamente umano e commovente.
Alla fine Anberber capirà che l'unico modo di ricominciare è dall'istruzione dei bambini, dal passaggio alle nuove generazioni della cultura e della memoria del passato. A quando un film italiano sul nostro passato italiano in Africa?(www.fice.it)
Etiopia, 1990. Dopo l'esilio in Germania, dove ha studiato medicina, Anberber torna a casa mutilato a una gamba e ferito nell'anima, sperando di essere utile alla rinascita del proprio Paese. Il regime comunista di Menghistu, ormai assediato da ribelli altrettanto temibili, non è meno oppressivo di quello reazionario e imperiale di Selassié, e il medico subisce sulla propria pelle l'agonia del popolo e di una cultura falciata da un'ideologia livellatrice, che perseguita, strumentalizza e a volte uccide soprattutto gli intellettuali. Tra i migliori titoli dell'anno, Teza è il secondo capitolo dopo Adua (1999) della riflessione di Hailé Gerima sulle radici dell'Etiopia e sul confronto con l'Occidente. Se nel film precedente c'erano i buoni (i partigiani africani) e i cattivi (gli italiani colonialisti), questa volta lo schema si spezza. Non basta l'immersione nella cultura primigenia rappresentata dal villaggio natio, o l'abbraccio simbolico dell'anziana madre, per ristabilire una vera appartenenza. Così il dottore si ritrova in una specie di terra di nessuno, spirituale e geografica, devastato dai fantasmi delle illusioni del passato resi implacabili dalle delusioni del presente. Sullo sfondo (ma neanche poi tanto...) la drammatica vicenda politica di un Paese che spazza via la propria storia, passa da un colonialismo bianco a un regime comunque concepito su lunghezze d'onda “occidentali” (surreale la discussione rivoluzionaria sul comunismo albanese, più autentico di quello cinese o slavo...) e non riesce a immaginarsi un futuro, figuriamoci a costruirlo. La parabola esistenziale di Anberber (interpretato con dolente intensità da Aaron Arefe) è a volte troppo programmatica (davvero necessaria la scena del raid fascista in Germania?) e questo è l'unico difetto di un'opera comunque magmatica, a tratti indecifrabile nel suo onirico sprofondare tra le ombre di un mondo di valori in dissolvimento. Gran premio della Giuria e Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia 2008. (www.film.tv.it)