Trama Santiago del Cile, 1979. Nonostante il difficile contesto sociale creato dalla dittatura di Pinochet, Raùl Peralta è ossessionato da Tony Manero, il personaggio interpretato da John Travolta nel film 'La febbre del sabato sera', a cui ad ogni costo vuole assomigliare. Raùl mette in scena uno spettacolo di danza in un locale di periferia e ogni sabato sera, imitando il suo idolo, dà libero sfogo alla sua passione per la disco-music. Vuole anche partecipare ad un concorso per animatori promosso da una trasmissione televisiva nella speranza che per lui sia l'occasione di diventare una star del mondo dello spettacolo. Nel desiderio di riprodurre l'atmosfera del film e ogni particolare del costume di Tony Manero, Raul diventa capace di ogni crimine. Intanto, intorno a lui, i suoi compagni di ballo sono controllati dalla polizia segreta. Il film in sostanza parla della ricerca e della perdita di identità nella storia recente del Cile. CriticaVendette, gelosie, crimini e pulsioni sessuali di un sosia di professione, ossessionato dal personaggio di Travolta nella Febbre del sabato sera, in una storia disperata e grottesca di nevrosi che usa l'identificazione collettiva per riprodurre la violenta coesistenza tra la dittatura cilena ed il disturbante ed amorale sogno della popolarità. Tony Manero, rivelazione della Quinzaine des réalisateurs a Cannes 2008 e rilanciato al recente Torino Film Festival, esaspera e riproduce desideri e illusioni, indifferenze ed incomprensioni familiari come in un realistico e crudele noir.
Santiago, 1979: Raul Peralta, affascinato dal ballerino del film di John Badham, vuole diventare una star televisiva imitando maniacalmente il suo idolo e cercando di conquistare il successo con ogni mezzo. Larrain penetra a fondo l'inevitabile e seducente banalità del male, attraverso la costruzione amorale di un uomo solo, cinico e spietato, sintesi perfetta dell'indifferenza che rende vincente ogni sopraffazione.
Con la tecnica narrativa dello specchio, usata per riflettere le persecuzioni del regime e le tensioni individuali represse, il regista, come nell'esordio Fuga, accosta piccole ed insignificanti creature senza sentimenti né principi etici, mostrando la cattiveria quotidiana di chi, senza talento, rincorre una visibilità sedotto ed ingannato dalle luminose e false promesse televisive, ma destinato a rimanere comparsa di seconda fila. L'America, le discoteche, il cinema restano effetti consolatori, utili a descrivere e delineare un mondo invisibile, senza prospettive, popolato da sanguinosi assassini e donne smarrite.
Durissimo, senza concessioni sentimentali e concrete possibilità di redenzione, Tony Manero, scandito dal folle sarcasmo, dalla sovrapposizione tragica tra la Storia e i ritratti di periferia, è l'espressione di un disagio ossessivo e disturbante, di una solitudine che approfitta di ogni elemento e situazione con razionale e lucida spregiudicatezza, usando una manipolazione schizofrenica e comportamenti autodistruttivi. Larrain tallona e pedina il suo ballerino con la stessa naturalezza metropolitana usata dall'originale nelle strade di Brooklyn, usando la macchina a mano per evidenziare il distacco dal reale, in cui l'illusoria consolazione del sogno americano finisce per generare episodi di cronaca nera. Il film è la ricostruzione di una follia, abile nel fotografare le secolari contraffazioni della manipolazione televisiva, la tacita disperazione di chi ha ricostruito un suo mondo scommettendo su simboli e idoli in un Paese dominato dalla punizione e dalla repressione. Il regista, senza strizzate d'occhio, conduce lo spettatore, con uno stile paradossale ma realistico, in un'indagine sulla frantumazione dell'identità, trovando un sinistro equilibrio tra ironia e tragedia, con il pessimismo simbolico di chi osserva individui che hanno smarrito radici e ricordi, storditi dalla perdita dell'innocenza e dall'uso sistematico della violenza.(www.fice.it)
Trionfatore al Festival di Torino, dove ha vinto i premi come miglior film e miglior attore e il Fipresci, Tony Manero è l'opera seconda del cileno Pablo Larraín, anche sceneggiatore insieme al suo protagonista Alfredo Castro e a Mateo Iribarren. Principalmente un progetto del regista, la pellicola è ambientata nel Cile del 1978 quando, sotto la feroce dittatura di Pinochet, faceva furore nelle sale cinematografiche La febbre del sabato sera. Se ne innamora anche Raúl Peralta, un uomo senza appartenenze ideologiche, egoista, meschino e vendicativo ma abile nel ballo e, soprattutto, nel sopravvivere. Il suo solo ideale è il sogno americano, incarnato da Tony Manero, tanto che farà tutto il possibile per vincere un concorso di imitatori e poterlo impersonare davanti alle telecamere di una Tv nazionale. Metafora del Cile di oggi che, dice il regista, «volta le spalle alla sua storia per perseguire il sogno del progresso», Raúl subisce l'alienazione ingenerata dal regime e della perdita d'identità indotta dalla colonizzazione culturale americana, ma pur rinchiuso nella sua ossessione è tutt'altro che una vittima. Protagonista sgradevole come pochi altri, Raúl è braccato dalla cinepresa per l'intera durata del film, in una sua completa identificazione con quegli anni violenti, sinistri, miseri, lerci e colpevoli. Pellicola politica dunque, attraversata da una tensione che diventa palpabile, per non recedere più, dal momento in cui Raúl mostra cos'è capace di fare, in una sequenza improvvisa che la messa in scena non prepara né sottolinea in alcun modo. Da quel punto, anche tutto ciò che appare ordinario risulta innervato di una brutalità potenziale in perenne agguato. Il merito, oltre che del regista, è del magnetico Alfredo Castro, uomo di mezza età che balla con le giuste imperfezioni e il cui personaggio ossessivamente ripete, in inglese, una battuta dal suo film di culto: «Un giorno guardi il crocefisso e tutto quello che vedi è un uomo morente sulla croce». Ossia la fine d'ogni speranza di salvezza. (www.film.tv.it) |