Trama Una giovane regista, su richiesta del cappellano, deve mettere in scena nella casa circondariale una Passione di Cristo, a scopo "educativo". Ma si troverà a dover affrontare un imprevisto: in carcere nessuno vuole fare la parte di Giuda. Critica Diciamolo subito: è il film italiano più sorprendente, originale ed innovativo apparso in questa stagione. Un film "impressionista", nel senso che sembra costruito su situazioni colte al volo dalla macchina da presa, come se sul set tutto fosse improvvisato e gli attori lasciati liberi di agire secondo gli estri del momento. Insomma, Tutta colpa di Giuda è uno di quei film dove la sceneggiatura è stata scritta principalmente con la macchina da presa. Procedimento che non sempre offre garanzia di autenticità e soprattutto coinvolgimento, ma questa volta entrambi i risultati sono stati raggiunti. Il fatto è che Ferrario ha frequentato e frequenta realmente il carcere e, quindi, sa come muoversi e come muovere la cinepresa in una realtà molto particolare.
Il film racconta la genesi di uno spettacolo che, su invito di don Iridio, cappellano del carcere di Torino, la giovane regista teatrale Irena dovrebbe mettere in scena con un gruppo di detenuti. Lo spettacolo è basato sulla passione di Gesù, ma poiché nessuno degli attori è disponibile ad interpretare la parte di Giuda, Irena decide di raccontare la passione a suo modo: senza il tradimento, il processo, la condanna di Cristo. Una scelta che don Iridio non apprezza affatto. Irena tuttavia ottiene l'appoggio di Libero, il direttore del carcere, nel frattempo innamoratosi, ricambiato, della giovane regista. Tutto bene? Niente affatto: complice anche l'indulto, il finale è imprevedibile.
Tutta colpa di Giuda non è un film sul carcere, ma al massimo nel carcere. Un film, nonostante l'ambientazione, per niente drammatico; il risultato è una commedia ricca di musica e di coreografie, la prima molto ritmata e creata con strumenti improvvisati, le seconde semplici, molto fisiche ma assai efficaci. Per certi versi un vero e proprio musical, che mescola linguaggi ed immagini di grana diversa, con l'aggiunta di una sequenza in animazione. In poche parole un film vagamente sperimentale ed autenticamente pop. Quanto ai contenuti, più che dei problemi dei detenuti, si parla di religione, mettendo a confronto le posizioni di fede espresse da don Iridio e la razionalità espressa da Irena.
Accanto ad un terzetto di attori professionisti perfetti nei rispettivi ruoli – Kasia Smutniak (Irena), Gianluca Gobbi (don Iridio), Fabio Troiano (Libero) – a cui si aggiunge un cameo, per la verità un po' inutile, di Luciana Littizzetto nel ruolo di una inflessibile suora, il resto del cast è formato da una ventina di autentici detenuti delle Vallette di Torino. Ed è proprio la loro presenza a dare forza al film. Tutta colpa di Giuda risulta l'equivalente rovesciato di un altro recente e convincente film italiano di impianto corale, Si può fare di Giulio Manfredonia. Lì, nel massimo di finzione, degli ottimi attori interpretavano un gruppo di pazzi talmente bene da dar l'impressione di esserlo davvero; qui, un gruppo di detenuti interpretano magnificamente se stessi.
Come sanno benissimo coloro che hanno realizzato un film in un vero carcere, le difficoltà sono praticamente infinite; in questo caso, paradossalmente, proprio i limiti imposti dal set hanno costretto Ferrario ha ricorrere al massimo di invenzione e creatività. Il regista ha dimostrato di possederne in abbondanza e il risultato è, come già detto, entusiasmante.(www.fice.it) |